Senatore della Repubblica
Mario Baldini
Lo presenta come un amministratore concreto della ricostruzione, impegnato per strade, case, agricoltura, scuola e cultura senza cercare vantaggi personali.
Fonte e criterio editorialeArchivio delle voci
Non un elogio indistinto, ma una pluralità di ricordi attribuiti e contestualizzati. Ogni testimone illumina un aspetto della vita di Giuseppe Castagnetti.
«Non ci hai lasciato denaro, ma tanto amore.»
Maria Pia Castagnetti, figlia
Queste memorie sono fonti personali: raccontano ciò che ciascuno ha visto, vissuto o ricordato. Sono distinte dagli atti ufficiali della causa e dai documenti dell’Archivio comunale.
Il metodo, le opere e la sobrietà personale ricordati da amministratori e collaboratori.
Senatore della Repubblica
Lo presenta come un amministratore concreto della ricostruzione, impegnato per strade, case, agricoltura, scuola e cultura senza cercare vantaggi personali.
Fonte e criterio editorialeIspettore generale del Corpo Forestale
Ricorda i sopralluoghi compiuti personalmente, l’attenzione al dissesto del territorio e il sostegno ai piccoli coltivatori.
Fonte e criterio editorialeSindaco di Serramazzoni, 1955–1975
Testimonia i viaggi a Roma per ottenere risorse e la scelta di alloggi e pasti modestissimi per non gravare sulle casse comunali.
Fonte e criterio editorialeGià segretario comunale di Prignano
Ricorda la scelta di Castagnetti come sindaco, l’impegno per ottenere finanziamenti per l’acquedotto e le case distrutte dalla guerra e l’attenzione a dare precedenza ai più bisognosi.
Leggi la testimonianza originaleL’ascolto, l’aiuto discreto e una responsabilità pubblica vissuta nella prossimità.
Segretario comunale
Ricorda una regola semplice: ascoltare con pazienza chi chiedeva aiuto, offrendo quando possibile un sostegno modesto e una parola buona.
Fonte e criterio editorialeTestimone della comunità
Lo definisce un uomo giusto e un servitore della comunità: un giudizio personale che restituisce la considerazione maturata tra i suoi contemporanei.
Fonte e criterio editorialeAssessore alle Finanze
Racconta l’aiuto diretto ai poveri, le visite agli ammalati e una concezione del Comune come seconda famiglia da servire.
Fonte e criterio editorialeStudiosa e autrice
Ne ricorda il tratto fraterno nei rapporti di lavoro, più vicino alla guida di un fratello maggiore che alla distanza di un superiore.
Fonte e criterio editorialeLa casa, i dodici figli, il lavoro e una fede vissuta nei gesti quotidiani.
Figlia
Custodisce il ricordo del padre e una memoria familiare segnata dall’affetto, dalla fiducia nella Provvidenza e dall’esempio ricevuto.
Fonte e criterio editorialeFiglia
Rievoca la preghiera attorno al camino, le feste preparate di notte, l’orto, le rose e la tenerezza con cui accoglieva i figli al ritorno da scuola.
Fonte e criterio editorialeFiglia
Individua la grandezza del padre nel modo umile con cui seppe spendere la propria vita per gli altri.
Fonte e criterio editorialeFiglia
Lo ricorda come un padre leale, mite e generoso, profondamente legato alla famiglia e attento al prossimo.
Fonte e criterio editorialeNipote
Riconosce l’eredità morale lasciata alla famiglia e alla comunità: onestà, fede e attenzione ai poveri.
Fonte e criterio editorialeNipote
Racconta uno zio presente come un padre: uomo cordiale, generoso con le famiglie di Montebaranzone e sereno anche nelle difficoltà.
Fonte e criterio editorialeSacerdoti e religiose osservano la coerenza tra fede, famiglia e responsabilità civica.
Religiosa
Ricorda la povertà vissuta con dignità, l’amore per i figli e il segno esteriore dei sandali francescani.
Fonte e criterio editorialeGià parroco di Prignano
Sottolinea il civismo, la forza interiore e la capacità di anteporre i problemi degli amministrati al proprio tornaconto.
Fonte e criterio editorialeSacerdote
Descrive una fede riconoscibile nella serenità, nell’equilibrio e nel modo di intendere il potere come servizio, soprattutto verso i più bisognosi.
Fonte e criterio editorialeReligiosa
Rievoca il primo incontro con Giuseppe e la figlia Antonietta: una scena familiare semplice, protettiva e profondamente francescana.
Fonte e criterio editorialePrima dell’incarico pubblico emerge un casaro competente, un uomo pratico e un amico affidabile.
Già consigliere comunale · amico e collaboratore
Ricorda Castagnetti come casaro a Montebaranzone, l’amicizia maturata nell’Azione Cattolica e la collaborazione in Comune. Racconta le notti di studio e le prove sul territorio per trovare una soluzione pratica ed economica al problema dell’acqua.
La testimonianza di Marino MarchiMedico condotto e ufficiale sanitario
Ricorda la semplicità francescana con cui affrontava difficoltà e imprevisti e il rifiuto di piegare l’azione pubblica all’interesse personale.
Fonte e criterio editorialeAmico fin dalla giovinezza
Restituisce il ritratto del giovane Castagnetti: composto, intraprendente e già legato a Padre Pio prima dell’esperienza amministrativa.
Fonte e criterio editorialeGià consigliere comunale. Fonte: Amministrare con i sandali. Giuseppe Castagnetti “sindaco di Dio”, a cura di Laura Cristina Niero e Mariagiulia Sandonà, Edizioni San Paolo, 2008, parte seconda «Hanno detto di lui…», sezione «Il partito».
Testimonianza personale, trascritta dalla versione fornita al progetto. I giudizi storici e politici e le interpretazioni degli avvenimenti appartengono al testimone. Le omissioni già indicate con […] e i refusi della fonte sono conservati; non sono stati introdotti ulteriori tagli.
I miei ricordi dell’amico cav. Giuseppe Castagnetti risalgono, mi pare, al 1933, quando alla morte del fratello Dolfo lo sostituì come casaro nel caseificio degli Sterpatelli di Montebaranzone.
Era un ragazzo alto, biondo e di gentile aspetto. Quando la domenica si vestiva a festa sembrava un gran signore. Tutti a Montebaranzone lo chiamavano signor Peppino e non semplicemente col solo suo nome, come chiamavano tutti gli altri compaesani. Non era solo un bell’uomo, ma anche un intelligente e intraprendente artista nella sua professione.
[...] in più, quando da ragazzo abitava a Pigneto, aveva avuto la fortuna di un bravo maestro sacerdote che gli aveva dato una buona cultura pratica generale. Scarseggiava in lingua italiana, nella quale faticava a esprimersi sia a voce sia per iscritto. Perciò, anche da sindaco, parlava di solito il dialetto bolognese, che ne denotava l’origine: un dialetto raffinato, più cittadino che campagnolo.
Nel 1935 avevo vinto il concorso magistrale. Per essere più vicino alla famiglia, che aveva bisogno del mio aiuto economico, rinunciai alle comode sedi vicino a Modena, alle quali avevo diritto per graduatoria, per la scuola delle Braide di Montebaranzone.
Dirigente di zona e parrocchiale di Azione Cattolica, ebbi come ottimo e valido iscritto il signor Castagnetti. Così i nostri rapporti personali si fecero più stretti e di vera amicizia.
Passarono veloci alcuni anni tranquilli e sereni, turbati relativamente dalle avventure di Spagna e di Etiopia. Poi venne il peggio: la seconda guerra mondiale. Una guerra che il buon senso dei più giudicò subito assurda e già persa in partenza.
Castagnetti e io, che non eravamo certamente dei volontari, non rifiutammo l’esenzione dal servizio militare a cui, per diversi motivi, avevamo diritto.
Durante il conflitto, per andare incontro ai desideri della popolazione, raddoppiammo la nostra attività. Castagnetti, per accogliere nuovi clienti, attratti dalla migliore remunerazione del loro latte, dovette allargare la sua lavorazione. Io, trasferitomi nel frattempo dalle Braide alla scuola di Montebaranzone, fui pregato vivamente di riprendere i corsi privati di 4ª e 5ª elementare come avevo già fatto alle Braide. Gran parte dei frequentanti, con gran soddisfazione delle famiglie, continuarono poi gli studi. Montebaranzone non aveva mai avuto tanti studenti.
L’8 settembre 1943, con la caduta del fascismo e l’occupazione dei tedeschi, ci fu uno sbandamento generale. Si dissolse l’esercito, furono aperte le carceri, da cui uscirono antifascisti ma anche delinquenti comuni.
Quelli che non potevano tornare a casa o che furono richiamati alle armi dalla Repubblica Sociale si erano dati alla macchia, si organizzarono in formazioni paramilitari di partigiani per una guerra di liberazione. Queste formazioni presero subito un colore politico. Le più numerose e meglio organizzate furono quelle comuniste, a cui aderirono anche gli elementi più estremisti. Anche questi elementi sarebbero serviti alla rivoluzione a cui si stavano già preparando i dirigenti comunisti italiani.
Terminata la guerra, che ormai stava per concludersi, e partiti gli americani, sarebbero entrati immediatamente in azione per fare dell’Italia una delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Non ne facevano neppure mistero gli stessi gregari. Spesso, quando passavano, ammiccando e sogghignando, dicevano fra loro ad alta voce perché noi sentissimo: «Ha da venir baffone!», oppure: «Eh! Presto faremo la spartagna!».
A onor del vero, presi individualmente, erano più riconoscenti, rispettosi e gentili di quelli che noi preferivamo, cioè quelli d’ispirazione cristiana. A questi Castagnetti elargiva con generosità burro e formaggio, in caso di pericolo li nascondeva in un sicuro rifugio rischiando sempre come minimo di perdere il posto e di essere deportato in campo di concentramento.
Finalmente la guerra finì, il 25 aprile 1945.
Gli americani tardarono la loro partenza. Gli altri partiti, che nel frattempo si erano formati, presero consistenza. Il vecchio Partito Popolare si rinnovò prendendo il nome di DC. Gli italiani, resisi conto del pericolo comunista, che aveva già asservito anche i socialisti, fecero quadrato intorno alla DC, che sopravanzò di gran lunga gli aderenti al socialcomunismo.
Anche Montebaranzone ebbe la sua sezione DC. Il suo dirigente, a conoscenza della nostra influenza sulla popolazione e sicuro che il nostro esempio avrebbe trascinato i più, insistette perché prendessimo la tessera DC. Al nostro fermo rifiuto, per spuntarla ricorse al parroco don Angelo Vecchi, che, come appartenenti all’Azione Cattolica, ce ne fece un caso di coscienza. Anche gli altri parroci delle varie frazioni seguirono l’esempio. Nel 1946 gli italiani per tre volte furono chiamati alle urne: per le amministrative, per il referendum istituzionale, per l’elezione dei deputati alla Costituente. [...]
Così la DC ebbe la maggioranza assoluta, e Prignano ebbe l’onore di essere uno dei cinque comuni su 46 della provincia di Modena ad avere un’amministrazione DC contro le restanti tutte socialcomuniste.
Alla prima riunione del Consiglio ci trovammo in una gran sala scalcinata, con al centro un gran tavolo massiccio, sul cui piano spiccavano numerose indelebili orme di vino lasciate dalle bottiglie di Lambrusco che si erano scolati nelle loro sedute i componenti del Comitato di Liberazione Nazionale. Alla sinistra di chi entrava, accostato al muro, c’era un altrettanto massiccio e lungo scaffale vuoto con alla base una cassettiera. Erano i soli mobili rimasti dell’arredamento della sede comunale. Credo che i documenti e l’anagrafe si fossero salvati a casa degli impiegati.
Per noi neoeletti consiglieri non c’erano sedie sufficienti. Lasciammo sedere i più vecchi in quelle disponibili. Noi più giovani sfilammo i cassetti della cassettiera, servendocene come sgabelli. Iniziò l’operazione per l’elezione del sindaco. Fungeva da segretario l’impiegato dott. Levrini (l’ultimo titolare, trasferito a Serramazzoni, era stato fucilato dai tedeschi).
Al primo scrutinio risultò eletto il signor Castagnetti, come da preliminare accordo dei segretari delle sezioni DC delle frazioni e del centro. La giunta risultò ristretta, perché il sindaco accentrò in sé gran parte degli assessorati.
La cerimonia dell’investitura si concluse con una farsa. Un fanatico ex partigiano comunista, furibondo per la bruciante sconfitta locale, fingendosi ubriaco, entrato nel giardinetto della torre civica, ne uscì con un cippo di marmo su cui era inciso il nome di Arnaldo Mussolini (fratello del Duce). Lo pose in mezzo alla piazza e con una mazza cominciò a menargli colpi da orbo gridando a squarciagola: «Questo sasso è un criminale! È un criminale! È un criminale! Così finiranno tutti i criminali!». Era evidente che alludeva ai neoeletti DC e a coloro che li avevano eletti. La gente che gremiva la piazzetta del municipio, invece di prendersela, gli fece un largo cerchio intorno per evitare le schegge che volavano da ogni parte e rideva divertita per lo spettacolo gratuito. Non smise di menare colpi e di urlare fino a quando non ebbe ridotto il cippo in frantumi così piccoli che invece di scheggiarsi si piantavano nella massicciata.
Nelle sedute dei giorni seguenti ci rendemmo conto della grande mole di lavoro che ci attendeva.
Si doveva rendere agibile subito la sede comunale e funzionanti i vari uffici. Ricostruire la frazione di Castelvecchio, in gran parte distrutta per rappresaglia dai tedeschi. Provvedere alla viabilità minore, ridotta nei mesi piovosi a una serie di solchi fangosi intransitabili per i mezzi di trasporto, perché una delle due strade comunali [cedute] dalla Provincia (che le aveva costruite) al Comune, per una frana in territorio di Castelvecchio, assorbiva da parecchi anni gran parte delle entrate comunali.
In tutto il territorio del Comune di Prignano non c’era un solo telefono, neppure in municipio.
Se in una zona lontana dalle strade comunali succedeva un incendio, bruciava tutto prima che si riuscisse a far giungere i pompieri da Sassuolo; a meno che non fossero i vicini a spegnerlo in tempo. Se capitava una disgrazia grave, la vittima moriva prima che arrivasse un’ambulanza dall’ospedale di Sassuolo.
L’unica frazione che avesse la corrente elettrica normale era Pescarola, perché servita dalla Società Emiliana, come Campodoglio di Serramazzoni che distava meno di un chilometro. Prignano e Castelvecchio erano collegate a un mulino a vento privato che forniva una corrente instabile e aleatoria. Montebaranzone, la frazione più lontana e la più popolata, era stata collegata dai partigiani alla cabina elettrica di Montegibbio di Sassuolo, che per il troppo carico e la distanza forniva una luce fioca e rossastra. Questa frazione, inoltre, era senza ufficio postale.
C’era una sola levatrice in tutto il vastissimo territorio comunale e, per la distanza, arrivava quasi sempre quando il parto era già avvenuto con l’aiuto di una comare.
I carabinieri per caserma avevano una casetta presa in affitto. Le scuole delle frazioni erano in locali presi anche questi dal Comune in affitto.
Il patrimonio comunale consisteva nella sede comunale (la vecchia osteria del paese adattata alla meglio per accogliere gli uffici), in una casa donata dalla famiglia Berti, adattata anche questa a scuola comunale, in un campetto che era stato acquistato per essere adibito a campo sportivo.
L’unica preoccupazione delle Amministrazioni precedenti era stata quella di non fare debiti. Quindi i bilanci erano sempre stati in pareggio o in attivo. Con il tempo l’Amministrazione aveva accumulato un patrimonio liquido di 25.000 lire, depositato in un libretto della Cassa di Risparmio. In complesso, dunque, una situazione, come si direbbe ora, da terzo mondo.
Ma la colpa di questa arretratezza non era da addebitarsi alle sole precedenti Amministrazioni. Questa comunità era stata creata un secolo prima (in omaggio a un patriota prignanese) dalle autorità che avevano sostituito quella del Ducato di Modena. Avevano imposto dall’alto l’unione di frazioni periferiche di comuni vicini, senza tenere conto delle distanze, dei loro legami secolari d’interessi da cui erano state sradicate. L’unica cosa che avevano veramente in comune erano la miseria e l’abbandono.
Nelle riunioni consiliari che seguirono, il nuovo sindaco inquadrò subito la situazione. Impostò i vari problemi e l’ordine di priorità per urgenza, gravità e importanza, per la loro soluzione. Chiese la necessaria collaborazione di tutti gli impiegati e di tutti i consiglieri. Resisi conto della sua capacità e volontà di venire a capo di un’impresa a cui ognuno era interessato, tutti assicurarono la loro collaborazione, opposizione compresa.
Per l’avvio delle prime pratiche gli facevo da segretario personale. In seguito questo lavoro passò al dott. Levrini, che lo accompagnava spesso a Roma presso i vari ministri per sollecitare il loro corso.
Per prima cosa fu sistemata la sede comunale con i vari uffici, perché gli impiegati potessero svolgere nel migliore dei modi il loro lavoro.
Con i fondi del piano Marshall fu ricostruita Castelvecchio.
Con i cantieri di lavoro, istituiti dal governo a sollievo della disoccupazione, e con l’intervento dei Bacini Montani fu sistemata la viabilità minore.
Con la collaborazione della Società Emiliana tutto il territorio comunale fu collegato regolarmente alla corrente elettrica.
Il ministero dei Lavori Pubblici finanziò l’edilizia scolastica in ogni frazione e la costruzione della nuova sede comunale, moderna e veramente funzionale.
La società dei telefoni collegò ogni frazione alla rete nazionale. Il capoluogo ebbe anche una centralina.
La ricevitoria postale di Montebaranzone fu eretta a ufficio postale con relativa promozione del portalettere e del suo vice. Per questa pratica ebbi l’incarico personale dal Sindaco.
Fu costruita la caserma dei carabinieri a Prignano.
Ma il capolavoro, frutto dell’intelligenza e intraprendenza del cav. Castagnetti, fu la rete di acquedotti rurali, collegati tra loro, che portò l’acqua corrente in ogni frazione, borgata e casa, anche la più lontana, del vasto territorio comunale.
E ciò fu possibile per l’estensione delle previdenze della Cassa del Mezzogiorno alle zone depresse del Centro-Nord, ottenuta dagli onorevoli Gorrieri e Carra della DC modenese.
Per parecchi mesi passammo intere notti a studiare quale potesse essere la migliore soluzione del problema acqua e quale la più pratica e meno costosa.
Quando disponevamo entrambi di una giornata libera, passavamo alla sperimentazione in loco.
I due serbatoi di Fontanafredda e Montecastello sono quanto resta della prima fase sperimentale, quella di sollevamento. Scartata perché troppo costosa, passammo alla seconda fase, quella per caduta. Dietro suggerimento del sindaco Castagnetti, nel frattempo, avevo studiato la tecnica degli acquedotti romani, tutti per caduta. Gliela esposi e fu entusiasta. Volle sperimentarne la validità e il risultato fu positivo. Anche di questo esperimento restano i due pozzi dei Benassati, collegati da sifone tuttora funzionante. Le spese di sperimentazione furono in parte a suo carico.
Individuata la tecnica, occorreva la sorgente in alto. La trovò con un amico alle falde del monte Faeto. Andava bene per il tronco S. Pellegrinetto - Prignano.
Trovò pure il tecnico competente per la sua progettazione nel migliore ingegnere idraulico della provincia di Modena. Importo: 29 milioni.
Si era intanto sparsa in tutte le frazioni la voce che il Sindaco aveva espresso l’intenzione di portare l’acqua corrente in tutte le case del territorio comunale. Ritenendola una cosa assolutamente irrealizzabile, la gente pensava che gli fosse dato di volta il cervello. Spesso, quando mi incontravano, sapendo della nostra amicizia e perché glielo riferissi, mi dicevano: «Dica al sindaco che, quando arriverà l’acqua corrente, io ne berrò un secchio tutto d’un fiato!». Un altro: «Dica al sindaco che, quando arriverà l’acqua corrente, io mangerò un rospo vivo!». E un altro ancora: «Se arriverà l’acqua corrente a casa mia, io ingoierò una biscia!».
Prima di portare in Consiglio il suddetto progetto, prevedendo già una forte opposizione, ci dividemmo il compito. Io avrei fatto la proposta; lui l’avrebbe appoggiata. Così facemmo. L’opposizione è tenace. Anche qualche DC si associò agli oppositori. Ciononostante, ottenemmo la maggioranza dei sì e il progetto passò.
n breve tempo fu eseguita l’opera. Quando l’acqua sgorgò continua dal primo rubinetto, l’entusiasmo prese tutti i prignanesi, anche quelli che avevano espresso parere contrario.
Gli abitanti delle altre frazioni vollero pure loro l’acquedotto, offrendo la manodopera gratuita per lo scavo e per il riempimento della fossa per le tubazioni. Ottenuta l’autorizzazione per captare la sorgente Varanese con l’impegno di servire anche il territorio a valle del comune di Serramazzoni, tutte le frazioni del comune di Prignano ebbero l’acqua corrente in ogni casa.
La popolazione dei comuni limitrofi di Serramazzoni, Sassuolo, Fiorano e Maranello, che avevano gli stessi problemi idrici, reclamò a gran voce le stesse previdenze.
Siccome i territori di questi comuni erano quasi tutti a valle di quello di Prignano, i sindaci delle relative amministrazioni chiesero concordi di collegarsi alla rete idrica di Prignano e di formare un unico consorzio, riservando il diritto di presidenza al sindaco di Prignano. La proposta fu accettata e l’acqua corrente arrivò in ogni casa, anche di questi comuni. Castagnetti fu nominato cavaliere per meriti civili.
L’attività del sindaco cav. Castagnetti non si fermò qui.
Resosi conto che la città di Modena e la “bassa” della Provincia, in un tempo non lontano, avrebbero dovuto ricorrere a impianti di potabilizzazione per sterilizzare, per uso domestico, l’acqua del Secchia e del Panaro, con un forte aumento dei costi di gestione, pensò a una drastica soluzione. Con lo stesso metodo già usato degli acquedotti per caduta, si sarebbero potute utilizzare le abbondantissime sorgenti del Dragone, affluente del Secchia, per rifornire le reti idriche del Consorzio che, con l’industrializzazione dei comuni di Sassuolo, Fiorano e Maranello, già scarseggiavano d’acqua. Infine, l’allacciamento all’acquedotto di Modena e a quelli della “bassa” con la riduzione di più della metà delle spese di funzionamento.
Il progetto era grandioso e lusinghiero. Ne affidò lo studio all’ingegnere che aveva progettato i precedenti acquedotti di Prignano.
La sua instancabile e intelligente intraprendenza come amministratore lo rese popolarissimo in tutta la provincia di Modena e anche in quella di Reggio Emilia: gli aveva procurato tanti ammiratori , ma anche parecchi antagonisti o che tali si ritenevano. Ed erano proprio dello stesso partito che lo aveva spinto controvoglia alla politica.
Gli fecero una lotta spietata, senza quartiere, con ogni mezzo e senza esclusione di colpi, adducendo a pretesto che era di corrente contraria. Forse aveva urtato troppo le loro suscettibilità e le loro ambizioni.
Non tennero conto che per servire il partito e gli interessi della popolazione, che aveva dato il voto a quel partito, aveva trascurato gli interessi suoi e della famiglia molto numerosa. A stento superò la nomina a sindaco alle seconde elezioni. Alla terza elezione amministrativa non fu neppure messo in lista come candidato al Consiglio comunale (sic).
Persa la carica di sindaco, perse pure la presidenza del Consorzio. Con la perdita dello stipendio di presidente venne a mancargli anche il principale sostegno economico per sé e per i figli. Poco dopo gli tolsero pure l’incarico di magazziniere di pezzi di ricambio dell’acquedotto e relativo stipendio, che gli era stato concesso tramite gli altri sindaci del Consorzio (per compassione!).
Già alla vigilia delle seconde Amministrative, mi ero reso conto che c’era chi tramava contro Castagnetti e anche contro di me perché lo sostenevo nella sua opera.
Nauseati e disgustati da questo tipo di politica di partito che approfitta della buona fede degli aderenti, che li manda allo sbaraglio quando devono fare da scudo e li calpesta quando fa comodo per salire più in alto, ritirai la candidatura a consigliere già firmata. Pagai il viaggio in macchina a chi, secondo le critiche, avrebbe dovuto sostituirmi, perché andasse a firmare la sua candidatura al posto mio. Speravo di essere lasciato in pace, e invece continuarono. Non presi più la tessera, pur continuando a votare DC, e non smisero di molestarmi ancora.
A questo punto io e mia moglie decidemmo di trasferirci, così da togliere ogni sospetto o pretesto di interferenza. Chiedemmo Milano ove avevamo amici e parenti. Ci fu concesso e ci trovammo bene.
Prima di trasferirmi avevo cercato di convincere l’amico Castagnetti a lasciar stare gli incarichi politici, troppo instabili e aleatori; di ritornare a dedicarsi al suo lavoro e di pensare alla sua famiglia; se non se la sentiva più per una salute minata dai recenti dispiaceri, di cercare un lavoro che gli permettesse una vita decorosa per sé e per la famiglia, facendosi appoggiare dai numerosi e influenti amici che ancora contava. Mi rispose che, nella sua ultima visita a Padre Pio, aveva esposto la situazione e che questi gli aveva detto di tener duro, di non mollare. Presto o tardi si sarebbero tutti ricreduti. Era necessario che qualcuno facesse argine al dilagante paganesimo persino velato DC.
Sistematomi a Milano, mi feci premura di trovargli casa e lavoro. In una delle mie visite a mia madre, gli esposi questa possibilità qualora si fosse deciso a trasferirsi anche lui a Milano con la famiglia. Rifiutò di nuovo.
Poco tempo dopo, prima che i suoi nemici potessero ricredersi, morì schiantato dal dispiacere per l’ingratitudine di tante persone beneficate, che prima avevano gridato spontaneamente: «Osanna! Osanna!» e poi, lasciandosi abbindolare, ora gridavano: «Crucifige! Crucifige!».
Fonti
La selezione parte da Il Sindaco di Dio, a cura di Luciano Bettelli, e da Testimonianze sul Servo di Dio raccolte dalla figlia Maria Pia, 2002–2007. Sono stati inoltre ricontrollati i materiali già pubblicati nell’archivio del precedente sito Wix.
I testi completi saranno confrontati tra le diverse versioni, corretti soltanto nei refusi evidenti e accompagnati, quando possibile, dalla data e dalle informazioni sul testimone. Eventuali omissioni saranno sempre segnalate.